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La Teoria delle Isole

La Teoria delle Isole

Avevo un amico, si chiamava o lo chiamavano Willy.
Aveva una strana teoria, quella delle Isole che si incontrano.
Già di per sè è un paradosso, ma proprio per questo dava l’idea di quello che voleva dire.
Era una persona, un ragazzo, che avevo visto solo poche volte, poichè avveniva solo per lavoro, suo e per divertimento, mio, visto che organizzava, partecipava a creare serate in Discoteca, L’Haçienda, salendo in sù per Borgio Verezzi.
Lui diceva che solo le Isole non si incontrano, ma quando succede avvengono cose meravigliose.
E succede, succedeva, ci era successo
Quindi nessuna frequentazione, specie lunga, solo un incontrarsi, casuale, occasionale e come dicevo sempre anche al mio grande amico Massimo, detto Ragga Masch, solo uno “stare bene”.
.
Oggi, appena svegliato, ho saputo e con grandissimo dolore che un’altra Isola se ne è andata, via e almeno qui su questa Terra non la vedrò più.
Io non so come sia possibile che possa succedere una cosa del genere, che possa succedermi una cosa del genere e questa volta proprio a me.
A me non me ne frega un cazzo di quello che può pensare la gente, che può pensare chiunque, che possono pensare i suoi amici più vicini e più cari o i suoi parenti più stretti.
Se fingo, se sono sincero, se voglio fare il figo o millantare amicizie e sentimenti. Me ne fotto.
Me ne strafotto e ognuno pensi quello che vuole.
Io posso solo dire che ho voluto davvero un bene dell’anima a questa persona.
Sapete, quella cosa che quando vedi qualcuno sembra che sia arrivato il Sole. Ecco, quella cosa lì.
Stare bene, appunto.
E in questo momento, sto male. Come rarissimamente mi è successo.
Io ho conosciuto abbastanza gente, un numero più che sufficiente di persone come del resto credo tutti voi. Ma persone come lui ne ho trovate davvero poche, molto poche.
Era uno di noi, pur essendo un ragazzo dal nome importante. Molto importante.
Uno che nemmeno sapeva cosa volesse dire puzza sotto il naso.
Era uno di noi.
Semplice, umile, divertente, intelligente. Ci si capiva al volo, bastava uno sguardo.
Sempre col sorriso e quando ci si incontrava quel sorriso era ancora più evidente.
Era vero, era davvero un piacere vedersi. E per entrambi.
Ricordo una serata, forse la prima volta che ci siamo incontrati, passata a giocare a carte, in casa, in quattro, quattro maschietti, semplicemente, serenamente, facendosi un sacco di risate e non si voleva nessun altro a far compagnia. Non sì è nemmeno voluto, nessun altro.
Nemmeno qualche amica che aveva piacere di passare a salutarci con amici, ma che fu rapidamente schienata dal padrone di casa, dopo che ci si fu consultati. 🙂
Stare bene, appunto.
Ricordo il nostro parlare di Calcio, tu Sampdoriano e che Sampdoriano e io, genoano.
Ma in modo bello, sereno, intelligente.
L’ultima immagine che ho di te è vederti ballare pieno di gioia con la Betty, in un Hemingway pieno di forse sì fighe secche, di ragazzi forse già vecchi, dato i loro sguardi divertiti ma quasi indignati, come se non capissero come fosse possibile ballare lì dentro, in un locale non adatto, da soli, fottendosene di tutti e di tutto.
Forse avrebbero voluto farlo anche loro, ballare anche loro, ma non avevano la vostra gioia dentro. E poi non si fa, non sta bene ballare, all’Hemingway.
Ti giuro, mi mancherai.
Ciao Filippo.




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