Che farà Salvini?

Che farà Salvini?

Interessante analisi a parer mio del sempre interessante Cesare Sacchetti su lacrunadell’ago.net.
Cosa farà Salvini? Sarà anche lui parte del Sistema o ritornerà ammesso lo sia mai stato ad essere anti?

E’ successo tutto nel giro di pochi giorni.

Dopo l’approvazione di Giorgia Meloni a Giuseppe Conte, “caduto in piedi” secondo la leader di Fdi sull’accordo chiuso con il recovery fund, si è messo in moto un meccanismo.

Mentre sui social montava la protesta contro la politica di Fratelli d’Italia, nei sondaggi si assisteva al fenomeno inverso.

Il partito invece di andare verso il basso, andava singolarmente verso l’alto.

Nel frattempo, la macchina dei media mainstream ha fatto di tutto per rappresentare la Meloni come una politica “responsabile” e sono iniziate ad arrivare proposte da personaggi del calibro di Giuliano Cazzola, falco eurista già noto per aver militato tra le fila dello scomparso partito montiano, Scelta Civica, di affidarle la presidenza di una commissione bicamerale.

Proprio lo stesso Monti due settimane prima aveva preso il telefono per congratularsi con la leader di Fdi riguardo ad alcune sue recenti dichiarazioni.

Gli apprezzamenti sarebbero giunti per una ipotetica apertura della parlamentare del centrodestra ad una eventuale corsa del presidente della Bocconi al Quirinale

E’ in corsa una opera di sdoganamento politico della Meloni da parte del sistema.

La ragione, nemmeno troppo recondita per gli osservatori più attenti, è semplice.

Le élite mondialiste, e le loro rappresentanze locali, sembrano aver chiaramente deciso che è giunto il momento di passare lo scettro della leadership del centrodestra da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, reputata più “affidabile” dal mainstream.

Sarà questo passaggio di consegne probabilmente ciò che porterà all’avvicinarsi della resa dei conti in una coalizione che non è più tale e che mai probabilmente lo è realmente stata.

La prova del nove in questo senso è giunta dal Recovery Fund. Mentre Berlusconi e Meloni da un lato riservavano parole di elogi per Conte, dall’altro Salvini si distanziava parlando di un accordo truffa che nei fatti non porterà nelle casse del Paese cifre nette superiori agli attuali contributi versati annualmente a Bruxelles.

I vecchi toni all’arma bianca di Salvini nei confronti dell’UE sembrano essere stati rispolverati, anche se non è ancora chiaro se si tratti solamente di una maldestra manovra per recuperare il terreno perduto nei confronti della rivale Meloni, oppure se sia un vero tentativo di riprendere una linea più sovranista per riportare la barra del timone verso il percorso politico seguito fino all’infausto crollo del governo gialloverde.

Ciò che sembra essere evidente, ad ogni modo, è come il percorso moderatista intrapreso da Salvini dall’estate scorsa fino ad oggi non abbia fatto altro che avvantaggiare la leader di Fdi che non ha preso nessuna particolare posizione sovranista, ma al contrario non ha fatto altro che rimanere ferma sfruttando l’avvicinamento al baricentro del sistema scelto dal suo avversario.

I toni agguerriti di Salvini contro l’UE dopo la caduta del precedente governo si sono infatti progressivamente appannati.

Si è passati dai duri e legittimi attacchi contro l’UE e Macron che puntualmente ingeriva negli affari del precedente governo gialloverde, ad aperture a governi di unità nazionale che vedrebbero inevitabilmente il coinvolgimento del PD, il partito dell’establishment.

Si è passati da una linea no euro dei primi anni della Lega salviniana, alla proposta, comunque valida, di adottare i mini-bot, fino agli elogi sperticati ad uno degli esponenti per antonomasia dell’eurocrazia, quel Mario Draghi già noto per aver venduto a prezzo di saldo i gioielli dell’industria pubblica italiana nel 1992 alla finanza anglosassone e per aver di fatto sacrificato la Grecia sull’altare della Troika nel 2013.

Giova ricordare nuovamente che la presunta “conversione” di Draghi non è mai esistita nei fatti e l’ormai noto articolo del Financial Times vergato lo scorso marzo dall’ex presidente della Bce, non dice nulla che faccia pensare ad un ritorno alle tendenze keynesiane di Draghi trasmessegli dal compianto professor Caffè, salvo una generica proposta sulla necessità di espandere i debiti pubblici, senza menzionare minimamente l’indispensabile ombrello monetario della banca centrale per poterne garantire la solvibilità.

Allo stesso modo, Salvini non solo è stato fin troppo morbido sulla dittatura sanitaria che si è instaurata nel Paese, ma al contrario fino a poco tempo fa era uno dei più accesi sostenitori di misure di quarantena ancora più restrittive, tra le quali la proposta di tracciare e isolare i positivi, che è utile ricordarlo nella stragrande maggioranza dei casi, sono persone asintomatiche sane che non hanno bisogno di alcuna quarantena.

Durante i mesi orribili di un sequestro di massa che ha privato delle libertà fondamentali milioni di persone, non si sono levate voci nel partito contro la sequela di abusi subiti dai cittadini italiani che venivano rincorsi per le strade dalle forze dell’ordine solamente perchè osavano esercitare il loro sacrosanto diritto costituzionale di libertà di movimento, così come nulla è stato detto contro le irruzioni di carabinieri in Chiesa che non solo commettevano un reato interrompendo una funzione religiosa, ma riportavano alla mente le feroci persecuzioni dei bolscevichi contro i cristiani durante la rivoluzione russa.

In altre parole, la Lega di Salvini il cui consenso è esploso proprio per il suo piglio apparentemente anti-sistema, è mancata completamente proprio quando c’era più bisogno del suo spirito delle origini.

Solo ora, dopo mesi di silenzi e impliciti riconoscimenti degli abusi, il leader del Carroccio rilascia dichiarazioni nette contro la previsione di rinnovare lo stato di emergenza, denunciando un’operazione volta a spargere infetti nel Paese per poter continuare con la sospensione dei diritti.

Così come solo ora la Lega sembra avvicinarsi a virologi e medici come Tarro e Bacco che da mesi stanno denunciando la completa assenza di parametri scientifici nell’imposizione di queste misure, quali la mascherina e il distanziamento sociale, che non solo sono completamente inutili ma dannose sotto molti profili, compresi quelli economici, psicologici e medici.

Tutto questo andava detto prima, e ora sia che si tratti di mero opportunismo politico sia che si tratti di sincero ravvedimento, poco cambia.

Potrebbe essere troppo tardi. Questa linea compromissoria e moderata non ha fatto altro che far crescere enormemente l’influenza del deep state leghista e di Fdi.

Ogni volta che Zaia fa una sparata e invoca TSO e carcere per i positivi, e ogni volta che Salvini non prende le distanze dal governatore del Veneto, pezzi di elettorato della Lega si allontanano.

Che Salvini abbia fatto questo in nome di una misteriosa strategia che lo ha portato a compiere una ritirata strategica, o che lo abbia fatto perchè in realtà è il deep state di Giorgetti che glielo impone non fa nessuna differenza.

In ogni caso, le colpe di una eventuale perdita di consensi ricadranno su di lui ed è proprio quello che Giorgetti, l’uomo dell’establishment vicinissimo a Draghi, aspetta da tempo.

Qualche tempo fa, a questo proposito, è uscito un articolo sul Corriere, ormai ridotto al rango di rancoroso portavoce del regime, nel quale appunto si parlava di questa possibile manovra di defenestrazione ai danni di Salvini orchestrata proprio dal responsabile esteri del partito.

Giorgetti, estremamente logorroico fino alla fine dello scorso anno nel proporre governi con Draghi e nel dire no netti all’uscita dall’euro, ora invece è parco nelle sue dichiarazioni.

L’eminenza grigia della Lega si è messo da parte e aspetta pazientemente che il cadavere del suo nemico passi sulla riva del fiume.

L’appuntamento decisivo potrebbe arrivare proprio dalle prossime amministrative. Sia che i delusi della Lega si sposteranno verso Fratelli d’Italia sia che si consegneranno all’astensione, partirà comunque l’assedio alla leadership salviniana.

In questo senso, il rientro di Maroni nel partito lascia intravedere un oscuro presagio del ritorno definitivo alla Lega delle origini.

Il sistema tornerebbe, o forse lo è sempre stato, in completo possesso della sua creatura e verrebbe dato il benservito a Salvini.

Se Salvini è stato uno dei tanti gatekeeper della politica italiana, questo sarà il probabile epilogo della storia e il leader leghista seguirà probabilmente lo stesso cammino di un altro movimento controllato dal sistema, il M5S.

Se invece Salvini è in buonafede e vuole divincolarsi dalle spire del meccanismo mortale che si è messo in moto, prima o poi sarà costretto a far saltare il tavolo e fondare sul serio un nuovo partito che non sia la sbiadita fotocopia del suo predecessore, ma che viri decisamente verso un piglio sovranista e lontano dal neoliberismo che ancora è la stella polare in economia dell’attuale Lega.

Allo stesso modo, è impensabile avviare questo processo senza prima aprire un ponte diretto con Trump che, ad oggi, ancora non c’è.

Il silenzio della Lega sullo spygate, e l’avvicinamento di Salvini a Renzi ha distanziato enormemente il partito dall’amministrazione del presidente americano.

L’ha portata praticamente a mettersi di traverso sulla strada di Trump che vuole andare fino in fondo in questa storia, e arrivare ad un probabile coinvolgimento di Renzi e Gentiloni che avrebbero usato i servizi segreti italiani per spiare illegalmente il presidente degli Stati Uniti.

Se qualcuno in Lega si illude ingenuamente che nell’entourage di Trump questo avvicinamento a Renzi non sia stato notato, commette un grosso errore di superficialità e pressapochismo.

A Washington, non sono scemi.

Qualsiasi sarà la fine di questa storia, la macchina del sistema si è messa in moto e puntuali sono già partite alcune inchieste giudiziarie su politici della Lega.

Ora resta solo da capire se Salvini è un attore con un copione già scritto che si consegnerà al destino assegnatogli dal sistema, oppure se è una mina vagante che vuole ancora provare a far saltare il banco.

Tempo fa, lo stesso Salvini disse di tenere la foto di Renzi in ufficio regalatagli proprio da Giorgetti che forse gli ha voluto recapitare un messaggio nemmeno troppo velato.

Gli uomini creati dal sistema, prima o poi, finiscono sempre per essere tolti di mezzo quando non servono più.

Forse ora è giunto per Salvini il momento di riprendere in mano quella foto e decidere se essere un uomo del sistema e uscire di scena in silenzio, o se sfidare lo status quo andando controcorrente.

Le élite hanno già preso la loro scelta. Ora resta solo da vedere quale sarà la scelta di Salvini.

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